Ho letto con ardore il pezzo tradotto sul Corriere della Sera di oggi a firma David Brooks.
Riguardava Sandra Bullock, già premio Oscar e premio corna per il marito-ingrato infedele, ora incinta (dopo anni di tentativi, vai a vedere il destino) del succitato marito ingrato-infedele (ingrato perchè ex meccanico senza un soldo che Sandra ha vestito, nutrito e introdotto nella high-society americana e infedele perché pare che le amanti pornostar non si contino nemmeno, in perfetto stile Tiger Woods).
Comunque, il pezzo si apre con la domanda: meglio il successo e la carriera o la serenità personale?
E via un crogiolo di banalità sulla felicità, il senso della vita che si assapora o da giovani o da pensionati (ovvero quando non si è oberati dal lavoro), su “com’è bella la vita se hai qualcuno affianco”.
Banalità, ma tutte condivisibili, per chiunque abbia provato sulla propria pelle le gioie che solo i saliscendi dell’amore (quello vero) sanno dare.
Poi il pezzo vira nel finale sul politico, sulla ricerca della felicità per tutti. Dunque non della stabilità amorosa-sentimentale (meglio se condida da una carriera decente e da un posto di lavoro sottocasa, ché gli studiosi dicono che il pendolarismo fa male al fegato), ma nella felicità collettiva.
E qui ho pensato alla politica di casa nostra e a quello che abbiamo detto/ripetuto sulla Womenomics e sulla necessità di avere politiche di concilizione che non mirino solo al benessere materiale (bonusbebè, etc) ma al benessere psicologico e spirituale degli individui
Mi è venuto in mente quanto scritto anche da Paola Liberace sul suo libro e il dibattito che ne è emerso, alle storie raccontare su MammaeLavoro, sovente farcite da un’ironia che la dice lunga sul “sale della vita”, sulle richieste di alcune associazioni giovanili.
Sandra e la sua ricerca della felicità sono una cosa molto meno banale e scontata di quanto non pensassi all’inizio
(o magari è la Pasqua, e la partenza per le vacanze….)



