AAA talenti cercasi: Side Leaders, una bella storia italiana

by Francesca on 17 gennaio 2010

Se pensate che l’Italia sia la solita  Repubblica delle banane,

dove contano solo: parentele, appoggi politici e tanti soldi in banca,

Se pensate che un altro mondo è possibile e avete voglia di sapere come è possibile (anche se giovani, senza un euro ma con molta voglia di fare)

mettersi in gioco e diventare imprenditori di successo.

Leggete qui, copioincollo mio aritcolo uscito oggi.

C’è un’Italia che innova, che si alza presto la mattina e va a letto tardi la sera. Che si è buttata sulle nuove tecnologie, pensando «global» ma continuando a gustare la pizza sotto casa. C’è un’Italia che riesce a fare impresa grazie a una buona idea, a pochi soldi e a tanto entusiasmo. C’è un’Italia che innova ed è fatta di 20-30enni con stipendi da capogiro. Fabrizio Capobianco, Gianluca Dettori, Paolo Barberis, Silvio Gentile, Sara Passarella, Stefano Cigarini, Luca Ascani, Federico Vione, Iosé Magno: non sono nomi conosciuti ai più, ma dietro ciascuno di questi vi è una storia che parla di una volontà di ferro, di un’idea brillante, di tanta passione, di riconoscimenti nel campo delle nuove tecnologie. In una parola: di successo, quello vero.
A raccontarci le loro storie è Giorgia Petrini, 35enne romana, imprenditrice da quando aveva 20 anni, oggi alla guida di un’azienda internazionale nell’ambito delle nuove tecnologie con importanti premi in bacheca (come il Tular del 2009 quale «Miglior giovane talento emergente Nazionale che ha ottenuto risultati di prestigio in differenti campi di attività»). Giorgia ha appena scritto «L’Italia che innova. 10 giovani leader. 10 segreti del loro successo» (Koiné nuove edizioni). È la raccolta delle testimonianze di chi ce l’ha fatta: da Fabrizio Capobianco, fondatore di Funambol, quartier generale in Silicon Valley e vari uffici in Italia, specializzata in software per cellulari, a Gianluca Dettori, storico inventore di Vitaminic e oggi fondatore di Dpixel, che si occupa di venture capital tecnologico, ovvero di scovare e finanziare talenti imprenditoriali nelle nuove tecnologie. C’è chi, come Paolo Barberis, quando fondò Dada, azienda leader nell’intrattenimento via web, non aveva idea di dove sarebbe arrivato mentre alcuni, come Silvio Gentile, co-fondatore di Green Utility, hanno subito capito che per emergere come imprenditore bisognava pensare alle nuove frontiere dell’energia rinnovabile. Luca Ascani ha preso il minimo dei voti alla maturità e non ha una laurea in tasca: in compenso, ad appena 30 anni, maneggia milioni di euro in giro per il mondo per conto della sua GoAdv, editore di contenuti web. Iosé Magno, imprenditore calabrese, ha invece in testa un progetto tutto italiano che rivoluzionerà il social networking e una consapevolezza da far invidia a un sessantenne.
Il libro di Giorgia Petrini è molto di più che una raccolta di testimonianze (con decalogo per giovani imprenditori alle prese con la burocrazia italiana): è una scommessa, anzi «una sfida» per scardinare lo status quo. È stato scritto per dare speranza ai tanti talenti che magari vivono in periferia, che non hanno famiglie né patrimoni importanti alle spalle, ma possiedono le capacità, l’innovazione e l’energia. In concomitanza con la pubblicazione del libro, Giorgia Petrini ha ideato «Side Leaders», ovvero leader di frontiera, un progetto che intende mettere in contatto giovani imprenditori ad alto potenziale (ma pochi spiccioli) con lungimiranti finanziatori. Un dato è certo: se è vero che per essere imprenditori non serve un titolo di studio ma una buona idea, è anche vero che il progetto deve essere sostenuto, dunque «venduto» a chi è disposto a scommetterci economicamente. Ma quali banche nostrane finanzierebbero oggi un ragazzino che smanetta col pc nel box di casa come fecero gli americani, anni addietro, con Steve Jobs, futuro «papà» di Apple? «Side Leaders» (www.sideleaders.it) intende ovviare così alla cronica riottosità italiana a concedere crediti ai più giovani. «A chi, anche ventenne, sente di voler fare l’imprenditore dico di guardare ai settori dove è maggiore l’innovazione, come le energie rinnovabili o le nuove tecnologie: è più facile far emergere la propria creatività, sviluppare nuove idee e trovare investimenti», suggerisce Giorgia Petrini. L’Italia che innova è fatta di talenti precoci, capaci e determinati, ma stanchi di starsene in trincea. Di essere, insomma, dei «side leaders».

Immagine di theonlyone

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Adriano Gemelli 18 gennaio 2010 alle 14:10

Sono belle storie di persone che hanno avuto fortuna ma che soprattutto hanno messo e mettono molto impegno in ciò che fanno. Se ne dovrebbe parlare molto più spesso. Alcuni di questi nomi li ho letti per la prima volta in questo articolo. E ciò non è bello.
Adesso si parla di obbligare (per legge) i figli ad andarsene di casa a diciotto anni. Piuttosto che far crescere i figli attraverso le imposizioni, sarebbe più opportuno (e a mio avviso anche più produttivo) far nascere in loro la “voglia di farcela” e di innovare.
Secondo me queste esperienze di vita ne sono l’esempio.
Ottimo articolo.
Comprerò sicuramente il libro!

Francesca 18 gennaio 2010 alle 14:59

Certamente, Adriano, se abbiamo figli che a 30anni vivono ancora a casa (i cosiddetti “bamboccioni”) non può essere solo colpa di una generazione svogliata. Quanti di questi non possono (pur volendo) abbandonaro il nido di casa perchè non hanno un lavoro? O, se ce l’hanno, ha un salario risibile o con un contratto “flessibile” (leggi: precario) che non permette “salti nel buio”?
Torniamo al problema del credito, accennato nell’articolo.
Quante banche italiane sono disposte a scommettere sui giovani e sulle loro idee/capacità?

L'Italia che innova 18 gennaio 2010 alle 15:27

Rispondiamo alle vostre osservazioni, in accordo purtroppo nei fatti con la vostra linea di pensiero per molti aspetti, con questo video…

http://www.youtube.com/watch?v=OnXxvcB4HN4&feature=related

Adriano Gemelli 19 gennaio 2010 alle 00:46

Effettivamente le banche, soprattutto nell’ultimo periodo, non si sono dimostrate particolarmente impegnate nel sostenere le imprese. Non lo hanno fatto con quelle che hanno già un proprio business, figuriamoci con quelle che devono ancora inventarselo.
Ci sono però alcune altre possibilità che potrebbero venire incontro ai giovani (e non solo) e che però vengono poco “pubblicizzate” o comunque in molti casi vengono sprecate. Ci sono per esempio i fondi POR di cui parla anche Dettori nel backstage del libro.
Quello che intendo dire è che le banche nell’ultimo anno hanno dimostrato che il loro sguardo era rivolto verso altri orizzonti.
Sarebbe bello che la politica si rendesse conto che investire nell’innovazione genera ricchezza per i propri cittadini e di conseguenza anche per le casse dell’erario.
C’è da sperare che i famosi 800 milioni destinati alla banda larga, che ancora aspettano di essere sbloccati dal CIPE, non siano un’ occasione persa.
Uno stato che investe nell’innovazione guarda al futuro e fa si che lo facciano anche le banche, le imprese e i cittadini.

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