Ieri ero al Museo della Scienza e della Tecnica per un convegno su donne&tecnologia.
Lo ha ideato la vulcanica Gianna Martinengo, “pioniera” delle nuove tecnologie in Italia.
L’obiettivo dichiarato era quello di sfatare il luogo comune che ci vede tutte un po’ impedite con pc e tecnologia in generale.
A dimostrare il contrario, un parterre di ospiti d’eccezione: dalla direttrice marketing di Microsoft, Roberta Cocco, all’ad di Sun Maria Grazia Filippini, passando per neuroscienziate, docenti, giornaliste etc etc
Tutto molto bello, tutto molto gratificante: le donne non solo usano, ma producono tecnologia e soprattutto sanno (e vogliono) innovare.
Dati recenti della Camera di Commercio di Milano segnalano una crescente partecipazione femminile alle imprese hi-tec e un incremento dell’occupazione femminile nel settore.
Peccato che sovente, per vetusti retaggi culturali, le brillanti menti delle fanciulle 13enni vengano lanciate verso i sacri lidi delle lettere e molto meno negli istituti professionali o tecnici.
Peccato che le lauree scientifiche, in Italia, siano ancora al maschile.
Peccato che nelle aziende hi-tec i “capelli lunghi” siano davvero pochi (nerds esclusi, of course).
A me però piace fare l’avvocato del diavolo e allora mi domando. Posto che la tecnologia (palmari, pc, cellulari, smartphone) sia una meraviglia e che ci aiuti nella flessibilità del lavoro e nei mille impegni della vita quotidiana, siamo proprio sicure che sia “women-oriented?”
Mi spiego meglio: siamo proprio sicure che ci aiuti davvero essere connesse 24 ore al giorno, avere il Bb “always on” o il cellulare acceso (magari in modalità silenzioso) anche mentre accompagniamo i nostri bambini al nido/siamo dal parrucchiere/ci limiamo le unghie/prepariamo la cena?
Siamo sicure che la tecnologia di oggi, in fondo in fondo, non sia una gran sòla per noi donne? (per farci lavorare di più, fuori e dentro casa, in omaggio alla nostra innata “vocazione” al multitasking che agli uomini fa tanto comodo sostenere?)
Immagine di dollie_mixtures



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Ma c’ero pure io! E non ci siamo “conosciute”? Uffa! Che serve tutta questa tecnologia se poi dal “vivo” non ci riconosciamo?
;-)
Davvero? Dobbiamo organizzare un meeting “reale”, una volta tanto. In ogni caso, sull’argomento (w&t) c’è ancora così tanto da dire (e da fare…)
Cara Francesca , grazie per la tua presenza .
Se è dura a morire l’ immagine stereo tipata della donna che si interroga spaesata davanti ad un computer o che si sente intimorita di fronte ad una tecnologia “ alta “ . E’ ancora più dura a morire una visione “ ancillare” della tecnologia riservata alle donne, limitata alla domotica o a un uso strettamente strumentale . Che sia il forno o la lavatrice programmabile a distanza “ cosi in tanto si guadagna tempo “ o il lavoro a distanza “ cosi posso tenere d’ occhio i bambini “. Il pericolo per le giovani e meno giovani donne è quello di ” non staccare mai” e per questo… non basta spegnere ” i device tecnologici” .
no, sicure per niente.
dal mio punto di vista, tutto dipende dal rispetto di due assunti:
- la tecnologia è sempre il mezzo, mai il fine;
- parafrasando i filosofi empiristi, nulla è nella Rete che prima non sia nella realtà
questo non solo, negativamente, per evitare di attribuire la colpa alla tecnologia di svantaggi e problemi pregressi (magari amplificati, ma pregressi); ma anche, positivamente, per ricordare a noi stesse (me per prima) che per realizzare qualcosa c’è da fare anche (ben) altro che usare Bb o aver un account su twitter.
un abbraccio
p.
Parafrando Edgar Morin (che ieri era a Milano per una straripande lecture al teatro Dal Verme organizzata da Meetthemnediaguru): l’uomo (e la donna!!) sono “motori di ricerca” di se stessi. Ecco, forse dobbiamo ancora trovare un giusto equilibrio tra uso e abuso delle tencologie.